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Ujjayi nello yoga: come riconoscere una respirazione non forzata

Giulia Morettidi Giulia Moretti· 03/11/2026 15:23
Ujjayi nello yoga: come riconoscere una respirazione non forzata

Nello yoga, un respiro Ujjayi non forzato produce un suono lieve e regolare mentre l’aria entra ed esce dal naso. La gola partecipa delicatamente, ma non dovrebbe stringersi: se per mantenere il suono devi spingere, allungare il respiro a tutti i costi o contrarre il collo, riduci l’intensità oppure torna a respirare normalmente.

Quali segnali indicano che il respiro è comodo

Ujjayi si riconosce spesso da un fruscio morbido, percepibile soprattutto da chi respira, non da tutta la stanza. Il suono nasce da una lieve modulazione del passaggio dell’aria nella gola, con la bocca chiusa. Non serve renderlo forte: volume e profondità non misurano la qualità della pratica.

Osserva anche ciò che accade tra un’inspirazione e un’espirazione. Il ritmo può essere tranquillo e abbastanza continuo senza imporre pause o contare i secondi. La mandibola resta rilassata, le spalle non salgono per cercare aria e puoi attenuare il suono in qualsiasi momento senza sentirti in affanno. Se respiri in modo confortevole ma il fruscio è appena udibile, non c’è nulla da correggere.

Una prova semplice per trovare il suono senza inseguirlo

Prima di usare Ujjayi in una posizione, prova da seduto in modo comodo. Espira a bocca aperta come se volessi appannare uno specchio: sentirai un soffio leggero nella gola. Ripeti con meno intensità, poi chiudi la bocca e lascia uscire l’aria dal naso cercando di conservare solo quella lieve qualità del soffio. Inspira dal naso senza tentare subito di ottenere un suono identico.

Fai pochi respiri e confrontali con il tuo respiro spontaneo. Se la differenza è soprattutto una sottile sensazione nella gola, sei su una strada utile. Se invece devi irrigidire la lingua, serrare la mascella o spingere l’aria, riparti da un’espirazione più semplice. L’obiettivo della prova è trovare un gesto sostenibile, non perfezionare un rumore.

Quando la tecnica diventa forzata durante la pratica

Il respiro può sembrare facile da fermo e diventare faticoso durante una sequenza. Nelle posizioni impegnative, controlla se stai trattenendo l’aria per completare un movimento o se acceleri per recuperare fiato subito dopo. In quel caso rallenta, semplifica la posizione o lascia andare Ujjayi: respirare liberamente viene prima di mantenere la tecnica.

Un altro errore è cercare di far durare inspirazione ed espirazione quanto quelle dell’insegnante o delle persone vicine. La durata confortevole cambia con il movimento, lo sforzo e la persona. Anche un suono raschiante, una gola che si secca rapidamente o la necessità di prendere aria con urgenza sono motivi per alleggerire la modulazione, non per aumentare il controllo.

Capogiri, disagio, oppressione o sensazione di mancanza d’aria non sono segnali da attraversare per «imparare» Ujjayi. Interrompi l’esercizio e torna a un respiro naturale. Se i sintomi persistono o hai una condizione respiratoria o cardiovascolare che rende il lavoro sul respiro difficile, chiedi indicazioni a un professionista sanitario prima di insistere con la pratica.

Come usarlo senza trasformarlo in un obbligo

Puoi usare il fruscio come riferimento per accorgerti se il movimento sta diventando troppo rapido o teso. Se il respiro resta agevole, accompagna la pratica; se richiede uno sforzo crescente, è un’informazione utile per cambiare ritmo. Non occorre mantenerlo dall’inizio alla fine della lezione, né inserirlo in ogni posizione.

Durante il riposo o quando cerchi di lasciare andare ogni controllo, il respiro spontaneo può essere la scelta più adatta. Ujjayi rimane uno strumento di ascolto: dovrebbe aiutarti a percepire come stai respirando, non costringerti a rispettare un suono prestabilito.

Giulia Moretti
Giulia Moretti

Giulia scrive guide alle posizioni yoga e propone sequenze semplici per chi vuole iniziare senza fretta. Nei suoi articoli presta attenzione agli appoggi, alle varianti accessibili e alle pause tra un movimento e l’altro. Le piace osservare come piccoli gesti ripetuti con costanza possano rendere la pratica più piacevole nella vita quotidiana.